Bello scandire il tempo, dividere i giorni, tagliare le ore, contare i secondi. Bello sentire i cicli e toccare le linee. Non pensare che il tempo non sappia cosa facciamo: ogni cesura oggi ci tormenta domani. Il tempo taglia, divide, conta gli uomini e quando ha finito ci lascia indietro, spenti, passati.

Annunci

La lezione degli Antenati

image

Il sole stava già tramontando e un altro giorno nelle distese d’erba di Mulgore volgeva al termine. I soldati percorrevano i pochi sentieri della regione per accendere le torce per la notte e i mercanti nei villaggi si apprestavano a chiudere bottega, se per botteghe si possono intendere le tipiche tende dei nativi del posto.

La popolazione tauren si preparava per la nottata, ma la giornata non era ancora finita per tutti. Infatti, un piccolo gruppo di allievi accompagnati dal loro maestro si incamminava su per un piccolo colle nei pressi di Picco del Tuono. Il silenzio circostante era rotto solo dal lieve rumore di zoccoli sui sassi, nessuno fiatava.
In poco tempo i tauren raggiunsero la cima, che, con stupore dei giovani allievi, si rivelò essere un cimitero. Le tombe in legno e pietra si sollevavano dal suolo di qualche metro e sulla loro cima si potavano scorgere le salme dei defunti avvolte in teli sacri.

L’anziano sciamano fece sedere i suoi protetti attorno a lui e si apprestò a cominciare il suo discorso.
“Ricordate, giovani sciamani: non dobbiamo mai scordare le lezioni dei nostri predecessori. Loro riuscirono mettere da parte ogni pregiudizio e seppero trarre insegnamento da ogni situazione. Non si fecero insospettire dagli elfi di Kalimdor e con loro perfezionarono il druidismo. Non ebbero timore degli orchi e da loro appreso l’importanza del valore in battaglia. Non furono ciechi e con i troll strinsero un forte legame di amicizia. Non c’è razza su Azeroth che non possa insegnarci qualcosa, se noi siamo disposti all’ascolto e all’umiltà.”.

A sentire queste parole, tra i presenti si elevò un brusio di voci soffuse che fu interrotto solo quando uno degli allievi si alzò per prendere parola. “Non sono d’accordo.”, disse, “Non possiamo fidarci di tutti così ciecamente. I centauri ci hanno forse insegnato nulla, ad esempio? La loro furia ci portò quasi all’estinzione!”.
Dopo questo intervento, il maestro sorrise e, presa una torcia, si avvicinò a una delle tombe. “Chi erano i centauri? Da dove venivano? I nostri antenati non lo sapevano.”. Con un gesto delicato, l’anziano accese un bastoncino di incenso di fronte alla tomba per poi iccamminarsi verso un’altra. “Perché li attaccavano? Cosa volevano dai tauren? I nostri antenati non lo capivano.”. Lo sciamano accese un secondo incenso e passò oltre, mentre i giovani lo seguivano con lo sguardo. “I nostri avi non riuscirono mai a comunicare con i centauri, ma ciò non impedì loro di imparare qualcosa.”. Detto ciò, accese l’ennesimo fuoco rituale davanti ad una salma, poi si sedette davanti agli allievi e osservò compiaciuto i loro occhi meravigliati.

Infatti, appena il terzo incenso iniziò a bruciare, un’aromatica nebbia si diffuse tutt’attorno e nella foschia presero forma diverse sagome di tauren defunti, ciascuno dei quali fluttuava sopra la propria tomba.
Il maestro riprese a parlare.”Tutti i morti causati dai centauri, tutti i caduti che ci hanno fatto soffrire, ci hanno insegnato la cosa più importante: la vita è il dono più fragile e delicato di tutti, basta una freccia o un sasso per spezzarla. Ma in questa sua debolezza sta la sua preziosità e la sua importanza. Questa, miei protetti, è la lezione più grande. Non dimenticate.”.

Felini, felici?

La vita alla quale aspiriamo è la vita tipica del gatto domestico: pretendiamo di avere qualcuno che sia disposto a nutrirci e a coccolarci secondo le nostre necessità e i nostri capricci e che, contemporaneamente, sopporti la nostra presunzione e la nostra scarsa disponibilità.

Tenuta Zannastorta

blog troll

Un sorriso compiaciuto e maligno si accese sul volto dell’orco. La sua armatura, rossa e nera, tintinnava ad ogni passo della robusto soldato dell’Orda, mentre il manico in legno della sua ascia strideva sotto l’incredibile forza delle mani del suo padrone. “Eccone uno!”, ghignò tra sé e sé. Difatti, aveva appena adocchiato una figura seduta sull’uscio di una casetta in bambù poco più avanti lungo il sentiero che stava percorrendo. Osservò l’essere ancora qualche secondo, per poi urlare a squarciagola mentre si avvicinava verso l’abitazione. “Malogrido ha promesso una promozione a chiunque avesse riportato sul continente anche solo uno di voi selvaggi! Verrai portato in catene assieme agli altri tuoi disgustosi simili e verrete tutti impalati sui muri di Orgrimmar! Non osare opporre resistenza, troll.”.

“Non è molto gentile ciò che dici, cumpà.”, rispose l’interpellato con tono calmo e quasi divertito. “In ogni caso, io vivo qua e non me ne andrò.”. Era, appunto, un troll adulto dai capelli bianchi e col volto coperto di tatuaggi tribali. Indossava abiti poveri, sporchi di terra e consumati dal tempo. Dava le spalle all’orco, per poter contemplare le distese di campi coltivati attorno alla sua capanna.

L’orco inizialmente tentennò dinnanzi all’inaspettato sangue freddo del “selvaggio”, poi, però, con un profondo ruggito iniziò a correre verso la sua vittima. “Se non verrai con le buone, ti porterò dal Capoguerra pezzo per pezzo!”, urlò e, appena fu abbastanza vicino al troll, che ancora non si era degnato di girarsi, caricò l’arma sopra la testa. Subito dopo schiantò in avanti l’ascia con tutta la sua forza, la quale tuttavia si conficcò nel pavimento in legno sul quale fino ad un istante fa era seduta la sua preda. “Dov’è andato?!” sbottò l’orco con stupore. L’aggressore girò freneticamente la testa a destra e a manca alla ricerca del troll. Lo vide in equilibrio su un piede solo sopra un paletto di una recinzione poco distante; ridacchiava sotto i baffi. “Dovrai essere più veloce di così, cumpà orco, se vorrai prendermi. Dai, prova ancora!”, disse, invitando il suo avversario con un piccolo gesto della mano.

Il pelle-verde abbaiò un paio di insulti in lingua orchesca prima di riuscire ad estrarre la pesante lama dal pavimento e, senza pensarci due volte, scagliò con tutte le forze l’arma appena recuperata verso la posizione del suo nemico. L’ascia volò, sibilando nell’aria, ma non colpì il bersaglio. Prima che l’attacco potesse ottenere alcun effetto, il troll si abbassò all’indietro e deviò verso un albero lì vicino la gigantesca lama, toccandola appena col palmo delle mani sull’innocua e piatta fiancata. Tale era la forza del lancio che lo sfortunato arbusto venne spaccato in due in una vistosa esplosione di schegge e foglie. “Oh, dannazione! Quello era il mio melo più giovane!”, sospirò il troll, saltando giù dal paletto. Poi si girò piano verso l’orco e sorrise. “Cumpà, non ti porto rancore e non ti ho fatto alcun torto. Torna dal tuo Capoguerra prima che la sua rabbia porti altra distruzione a queste belle terre. Metti fino a questo ciclo dell’odio, ora che puoi. Io non ho intenzione di combattere un mio simile.”

“Come osi?”, sbraitò il Kor’kron, “Io non sono un tuo simile! Tu sei un troll, non fai più parte della vera Orda di Malogrido. Tutti i vermi come te devono essere abbattuti, sbattuti in catene nelle miniere o usati come bersagli per allenare gli arcieri! Siete la feccia di questo mondo e raggiungerete presto il vostro disgustoso capo Vol’jin nella tomba!”. Dettò ciò, caricò a mani nude la creatura che tanto odiava per la sola ragione di essere nata. Strinse forte i pugni e fece partire cazzotto verso il grosso naso del troll. “A quanto pare non ho scelta. Mi sono sbagliato, non sei un mio simile; sei peggio del letame.”, sbuffò l’altro, cancellando ogni traccia del precedente sorriso.

Accadde tutto in un istante. Veloce come un colpo di fucile, il troll evitò il pugno e saltò sul posto. Prima di atterrare, poi, colpì il suo avversario dritto sul mento con un calcio caricato durante la rotazione a mezz’aria. Gli occhi del Kor’kron si rivoltarono all’indietro per la potenza del colpo. Il grosso guerriero barcollò all’indietro e cadde a terra, battendo la nuca su una pietra alle sue spalle. Il monaco, dai vestiti poveri e i capelli bianchi, si avvicinò lentamente al corpo dell’avversario sconfitto. Gli prese il polso e non sentì alcun segno di vita. “Non negherei la sepoltura nemmeno al peggiore dei tiranni. Riposerai in eterno qua dove sei caduto e rifletterai sulle tue colpe nel mondo degli spiriti.”, disse. Infine, lentamente e con le mani dietro la schiena, si diresse di nuovo verso la casetta alla ricerca di una pala, borbottando qualcosa sul melo distrutto e il pavimento sventrato.

-QUALCHE TEMPO DOPO-

Il gruppo di viaggiatori camminava con passo spedito lungo il sentiero di campagna, finché ad un tratto il troll che proseguiva in testa alzò una mano. “Siamo arrivati, cumpà miei!”, esclamò.

“Sarebbe questa, Yagoki? Questa piccola capanna di bambù nel mezzo del nulla?”, disse una voce gelida e metallica.

“Certamente, Janie!”, rise il troll, “Dove credevi che potesse abitare un monaco contadino come me?”. “E poi, non è che voi Reietti siate amanti del lusso.”, aggiunse con un sorriso.

“Sarà, ma tutto questo verde mi urta i nervi. Almeno sembra che Il-Hu e Zhesu si siano già ambientati.”, rispose seccamente la Non-Morta, indicando i due altri membri del gruppo alle loro spalle. Il primo, un grosso pandaren dall’aria rilassata e beata, si era appena sistemato sotto un albero di aranci per uno dei suoi soliti pisolini. L’altro, anche’esso pandaren, stava in piedi a fissare l’orizzonte in silenzio. La sua armatura era troppo coperta per vederlo chiaramente in volto e un vago alone di ombra lo circondava; non sembrava troppo contento di essere lì.

“Lo credo bene, cumpà, sono di queste zone loro!”, replicò gioiosamente il troll. “Ora entrate in casa e non fate complimenti! Ah, Janie?”, disse Yagoki. “Sì?”, chiese la reietta. “Potresti dire al tuo piccolo aiutante di star lontano da quel cumulo di terra?”, balbettò il monaco. Si riferiva al Geist che Janie si portava dietro durante i suoi viaggi, il quale stava ora curiosando attorno ad un punto vicino alla casa dove il terreno era smosso.

“Ci mancherebbe.”, sibilò la morta vivente per poi chiamare con un forte urlo il suo servitore, che non si attardò a strisciare gemendo verso la sua padrona. “Ma, se posso chiedere.”, aggiunse lei, “Cosa nascondi là?”. Yagoki si grattò la testa e per un attimo si scurì in volto come se ricordasse una brutta esperienza, ma in un attimo si riprese e, sorridendo, rispose: “Oh, nulla di che in realtà! E’ solo che tempo fa mi è arrivato a casa un carico di letame molesto e  di pessima qualità! Talmente puzzolente da essere come un cazzotto dritto sul naso. Ho ben pensato di interrarlo laggiù, dove non desse più fastidio a nessuno.”

Disperso

La stanza attorno a me si fa sempre più distante.
Le pareti scivolano via, il pavimento è come se non ci fosse mai stato.
Mobili, libri, ragnatele… esplodono in mille coriandoli colorati.
In un batter d’occhio fluttuo nell’incoerenza del vuoto stesso.
Tanto magnifico quanto terrificante.

Loro sono lì attorno a me, ma allo stesso tempo non ci sono: tale è la natura dell’etereo.
Ghignano, ridono, pregustano la mia punizione… la mia ingenuità mi ha condannato.
Parte un primo colpo, poi un secondo e a seguire altri cento, mille, cento mila. Artigli, denti e zampe al limite dell’esistenza si avventano all’impazzata su di me.

Sono alla loro mercé. Il dolore è il mio solo compagno.
Chiudo gli occhi. Scivolo via.

image

Giusto quelle due
parole buttate su
un blocco da quattro soldi,
giusto per non
sentire la colpa.
Il treno è vuoto, s’avvicina l’ora
del gran ballo dei demoni.

Mi prenderanno, lo so,
mi prenderanno per i capelli e
mi trascineranno
in volo oltre i campi e
i boschi sopra le
fabbriche le ville
oltre la linea bianca
d’orizzonte, fino al
castello da cui nessuno
può fuggire.

Dovrò attendere a lungo
d’essere ammesso,
mi daranno una giacca
rossa una camicia e
una cravatta, un bel
bagno, un barbiere
dagli occhi scarlatti
e i denti taglienti
per mettermi in ordine.

Accolto dai padroni di casa,
regina figurante, infelice
custode delle infamie
degli ospiti.

Entrerò in un salone
troppo luminoso e in uno
troppo buio, tigri
distribuiranno salatini e
drink mai visti prima,
trenta scimpanzé alla
musica, le fenici si
si occuperanno del cabaret,
rinascendo brave dalla cenere
dei loro scherzi.

Sentirò le orecchie e i
denti affilarsi,
mi lascerò cadere nei
suoni, prenderò qualche
povera dannata per mano
e lei sorriderà e io
sorriderò il tempo del
ballo.

Ultima fermata,
il treno rallenta borbottando
qualcosa sui ritardi e
gli anticipi che è
troppo istupidito per seguire.
Ancora, il miracolo si è ripetuto,
ancora è salvo e guarda verso casa
distratto solo dalle ombre che
fuggono.

Glottomania

Un romantico Ferdinando de Saussure probabilmente direbbe che la combinazione di morfemi “addio” è semplicemente un Significante, del tutto privo di Significato. Si realizza esclusivamente a livello fonetico, ma difficilmente ha qualche conseguenza pratica. Anche se la lingua la pronuncia materialmente, il cuore ne rimane escluso, creando pensieri e sogni che riportino continuamente al destinatario dell’addio.

La lingua non comunica mai abbastanza al sentire.

Segreti delle Ombre nella notte

Quali sono le armi più efficaci di uno Shandaren? Qualcuno direbbe i suoi palmi duri come l’acciaio, qualcun’altro direbbe i suoi coltelli o le sue lame. Qualcun’altro ancora punterebbe tutto sulle sue tecniche di sparizione e occultamento. Ma nessuno di loro avrebbe risposto correttamente al mio quesito.

In verità le migliori armi di un guerriero Shandaren sono cinque: Spirito, Strategia, Terra, Cielo e Fiducia.

Lo Spirito non è la semplice forza dell’animo, ma è pure sacrificio e rispetto. “Serviamo affinché altri non debbano farlo.”, questo è il nostro voto di fedeltà; dedichiamo tutta la nostra vita al servizio e alla difesa di Pandaria. Non c’è onore più grande che cadere in difesa della propria gente. Ma oltre all’accettazione del sacrificio, lo spirito guerriero deve cogliere il rispetto. Rispetto verso la sua causa, verso i suoi superiori, ma sopratutto verso i suoi nemici; non c’è onore e non c’è una battaglia portata avanti con giustizia se non c’è il rispetto verso il proprio avversario. Un soldato che non coglie ciò è solo una bestia.

La Strategia è ciò che fa la differenza tra la vita e la morte, tra la libertà e la prigionia, tra la vittoria e la sconfitta. Scegliere come comportarsi in battaglia non è semplice, ma uno Shandaren è addestrato fin da piccolo a pensare in fretta sotto pressione e agire di conseguenza. Studiare il nemico prima di decidere porta sempre consiglio: se il nemico è forte, ritirati e vivi un altro giorno; se il nemico è debole, colpisci veloce; se il nemico è fiducioso, confondilo e ingannalo; se il nemico è aggressivo, provocalo; se il nemico è ragionevole, tenta di trattare. Non sono sempre la forza e la violenza ad essere la risposta giusta.

La Terra non va mai dimenticata. Senza la sua conoscenza, interi battaglioni andrebbero ciechi verso morte certa. Monti, vallate, fiumi e foreste. Ogni territorio ha le sue caratteristiche. Un valido Shandaren sa sempre qual’è la via più veloce e meno rischiosa per attaccare e sa sempre scegliere il tragitto più insidioso per portare il nemico in luoghi a lui sfavorevoli. “Non dare mai per scontata la Terra ed essa ti donerà la vittoria.”, dice il monaco saggio.

Il Cielo, culla degli Antenati e coppa ricolma di saggezza. Uno Shandaren medita sempre prima di una sfida. Così facendo nutre il suo spirito e la sua anima con i doni del Cielo. I nostri avi non ci abbandonano dopo la morte e i loro consigli possono far la differenza tra vittoria e sconfitta. “Osanna sempre i tuoi antenati e impara più che puoi, un giorno dovrai prendere il loro posto nelle preghiere dei tuoi nipoti”, così recitano le pergamene dei saggi del nostro ordine.

E infine la Fiducia. Essa è la più potente di tutte le armi. Non bisogna mai perdere Fiducia e Speranza, nemmeno nei momenti più bui. Se perdiamo la Fiducia in noi, come potremmo mai affrontare i pericoli che minacciano la nostra terra? Gli Sha non sono forse stati liberati quando Odio e Rabbia hanno oscurato il nostro giudizio? Bisogna dunque credere e non perdersi nel Dubbio o nell’Orgoglio; bisogna credere nel compagno al proprio fianco e non temere alcun pericolo; bisogna credere di essere nel giusto e non dubitare mai del nostro scopo; bisogna credere nella propria forza e non farsi mai intimorire da nulla. E nessuno Shandaren smette mai di credere o di aver Fiducia.

Queste dunque sono le nostre armi, i nostri segreti, le nostre tecniche. Tornate pure a casa, dunque e dormite sogni tranquilli. Finché ci saremo noi a difesa della muraglia, Pandaria non cadrà mai più preda della tirannia e della paura.

images

La musica, il tempo, sogno, quasi come dire vita, cibo, aria distillata nei polmoni, questi giorni tutti sbagliati,
l’inutile è benzina per i tuoi motori,
è la fatica di un vecchio che ti fa aprire gli occhi.

Le formiche ti camminano sulle guance, eppure i papaveri sono così belli.